• Mar. Mar 5th, 2024

METEO MONTEROSI

CHE SIA SEMPRE FREDDO! 42° 11' 48,48'' N 12° 18' 33,84'' E 286 m s.l.m Città:MONTEROSI(VT) Regione:LAZIO Stato: ITALY Stazione Meteo:Semi Urbana

METEO TEORIA

EFFETTO STAU

Effetto Stau: cos’è e cosa comporta

A quanti di noi è capitato di attraversare un massiccio montuoso, imboccando un traforo con una condizione meteo per poi trovarne l’esatto opposto una volta usciti? Da un lato soleggiato, ventoso e mite, dall’altro uggioso, umido, piovoso, magari anche freddo e nevoso. Questa è l’osservazione elementare di un fenomeno tanto affascinante quanto complesso, ovvero quello del sollevamento orografico, che vede come protagonista l’effetto Stau. Ma di cosa si tratta? Andiamolo a scoprire.

Una massa d’aria deve sempre fare i conti con l’orografia

Una massa d’aria ha una densità tale da essere costretta, di fronte ad un ostacolo orografico, ad un sollevamento. Tale azione è più o meno efficace in base alla spinta di una massa d’aria e alla propria densità. Ad esempio, l’aria fredda che segue i fronti freddi provenienti da Atlantico, Nord Europa o Balcani, è spesso spinta da un campo esteso di intense correnti occidentali, settentrionali o nord-orientali. Nel proprio moto verso il Mediterraneo, all’impatto con le diverse catene montuose quali le nostre Alpi o gli Appennini, la massa d’aria è costretta a sollevarsi sul primo versante che incontra, prima di poter discendere sui versanti opposti (sottovento). Lo stesso discorso riguarda fasi con correnti meridionali: ad esempio i settori alpini rivolti a Sud vedono il sollevamento della massa d’aria, lasciando sottovento i versanti oltralpe. Nelle varie fasi di sollevamento e caduta, i processi termodinamici della condensazione e dei movimenti verticali adiabatici modificano profondamente, seppur solo localmente, le caratteristiche intrinseche della massa d’aria.

Classico esempio di sbarramento orografico delle Alpi, con le correnti da Sud che si sollevano all’impatto con la catena montuosa. Sottovento i versanti svizzeri, tedeschi e austriaci delle Alpi. Fonte Nasa Worldview

Lo Stau e l’adiabatica

Origini del termine

La parola Stau è di origine tedesca e significa “coda”, chiaro riferimento a quella nuvolosa di un sistema frontale in transito oltralpe. In meteorologia però, questo termine descrive il movimento ascendente dell’aria sul versante sopravento di un rilievo, con formazione di nubi e precipitazioni.

I profili termici legati allo Stau

Nonostante ciò, l’aria che si presenta di fronte ad un rilievo non è inizialmente satura di umidità. Il suo moto di ascesa avviene così, dapprima, lungo una curva adiabatica secca, cioè ad un raffreddamento di circa 1°C ogni 100 m. Quando si raggiunge un valore di temperatura pari a quello iniziale di rugiada, la particella diviene satura. L’ascesa adesso prosegue secondo adiabatica satura e con un raffreddamento che dipende dai valori inziali di temperatura, di umidità specifica, di pressione che la massa d’aria esercita e di velocità ascensionale. Realisticamente, si tratta di una perdita compresa tra i -0.5°C ogni 100m e i -0.6°C (in stato di quiete o quasi). Durante la salita, nello strato di saturazione, la quasi totalità del vapore acqueo iniziale delle particelle d’aria condensa sotto forma di nubi e di precipitazioni.

Schema semplificativo delle curve adiabatiche che riguardano due versanti di un rilievo (blu sopravento, soggetto all’espansione adiabatica e allo Stau; giallo sottovento, soggetto alla compressione adiabatica)

Livelli di condensazione e convezione dello Stau

Livello di condensazione forzata e Stau non sufficientemente efficace

Spesso la voluminosità e la portata dello Stau dipendono dall’instabilità condizionale. Prima abbiamo descritto come una massa d’aria (nello specifico, una particella), sollevata forzatamente dal suo livello iniziale di equilibrio (stabilità), si raffreddi seguendo l’adiabatica secca e, una volta raggiunto il livello di condensazione (forzata, LCL), la stessa particella ormai satura continua il raffreddamento in maniera più contenuta secondo l’adiabatica satura. Quanto appena detto però, avviene in atmosfera subadiabatica e piuttosto stabile, in quanto la massa d’aria, mantenendosi sempre più fredda dell’ambiente circostante, appena finisce il sollevamento orografico cessa anche il suo moto d’ascesa. In questa situazione, l’ammasso nuvoloso sul versante sopravento non solo sarà contenuto nello strato compreso tra l’LCL e la cresta montuosa, ma potrebbe rivelarsi avaro di  precipitazioni e incapace nello sfondamento orografico.

Livello di libera convezione e sviluppo verticale dello Stau

In altre occasioni però, il moto di ascesa forzata può portare la massa d’aria a superare la temperatura dell’ambiente circostante, incrociando termicamente l’adiabatica satura e sormontando quello che viene definito come livello di libera convezione (LFC). Nel momento in cui ci si ritrova con questa peculiarità termica, si parla di instabilità latente o condizionale. Da questo punto in poi, il moto delle particelle d’aria prosegue la sua ascesa  fin quando le stesse  non avranno condensato tutto il proprio contenuto di umidità. Di conseguenza, lo sviluppo delle nubi assumerà una notevole componente verticale, estendendosi ben oltre la massima altezza del rilievo, producendo verosimilmente precipitazioni rilevanti sui settori sopravento e tentando lo sfondamento orografico.

Effetti pratici dello Stau sul territorio

Aspetto termico

Quanto detto sopra esplica da un punto di vista teorico gli effetti di un sollevamento orografico. E nel concreto invece? Andiamo a vedere alcuni esempi.

Da un punto di vista termico, ad una certa quota, troveremo i versanti sopravento ad una massa d’aria più freschi/freddi e umidi rispetto ad una pari altitudine sottovento, interessata da ventilazione di caduta più calda e secca. Non è inusuale trovare differenze termiche ampie tra un versante e l’altro di una catena montuosa. Ad esempio, nel caso delle Alpi, sono possibili anche 15°C di scarto, talvolta anche oltre, tra i versanti transalpini e quelli italiani, quando una massa d’aria fredda scorre sull’Europa centrale. Viceversa, con correnti meridionali troveremo i settori austriaci e bavaresi con temperature miti o calde, mentre la Pianura Padana e i settori alpini italiani più freschi e umidi.

Massa d’aria fredda scorre a Nord delle Alpi: i versanti transalpini si presentano ben più freddi e umidi di quelli italiani, interessati da venti di caduta. Fonte: Infoclimat

Aspetto pluviometrico

Da un punto di vista pluviometrico, lo Stau apporta precipitazioni leggere in caso di poca spinta della massa d’aria (rappresentata sinotticamente da un fronte o da un’intera struttura depressionaria che interagisce con i rilievi di un determinato settore idrografico), Invece, in caso di intense correnti sopravento, il rischio è di ricevere ingenti quantitativi di pioggia (anche nell’ordine di diverse centinaia di mm) nel corso di diverse ore, portando a criticità di stampo idraulico e idrogeologico. I maggiori record pluviometrici italiani si sono registrati in località soggette, in quei momenti, allo Stau e poste in punti dove la forzante orografica può essere espressa nel suo massimo potenziale Di seguito citiamo solo alcuni esempi negli ultimi anni, ma ve ne sono davvero a decine per ogni settore della nostra Penisola: per il Nord-Ovest il 2-3 Ottobre 2020, per il Nord-Est e la Calabria il 27-29 Ottobre 2018, per la Sardegna orientale il 18 Novembre 2013, per la Sicilia orientale il periodo tra 24 e 29 Ottobre 2021 o il 9-10 Febbraio 2023.

Precipitazioni cumulate in 24 ore su Piemonte e Lombardia nell’evento alluvuionale del 3 Ottobre 2020. Le correnti di Ostro impattando contro i settori alpini e dell’appennino settentrionale hanno arrecato gravi danni soprattutto in territorio piemontese. Arpa Piemonte e Cml.
Precipitazioni cumulate in 24 ore sul Nord-Est e sulla Calabria. in questo evento del 28 Ottobre 2018, le correnti di Scirocco hanno prodotto un ingentissimo Stau, impattando sui versanti orientali dell’Appennino orientale e delle Alpi Retiche e Carniche. METEONETWORK

VENTO DI BORA

La Bora è un vento con provenienza generalmente tra Nord e Est/Nord-Est. Si tratta di un vento locale catabatico, frutto del gradiente barico tra l’area Balcanica e l’area Mediterranea, ed è tipico delle zone Adriatiche.

rosa dei venti
Rosa dei Venti a 16 punte. Fonte scuola-e-cultura.it

I venti classificati in territorio nazionale sono 32 (presenti nella Rosa dei venti a 32 punte, usata anticamente nella marineria velica). Prevalentemente se ne conoscono 16 e i più comuni sono 8 (più la Bora) :

– Tramontana (Nord)

– Grecale (NordEst)

– Levante (Est)

– Scirocco (SudEst)

– Ostro (Sud)

– Libeccio (SudOvest)

– Ponente (Ovest)

– Maestrale (NordOvest)

– Bora (Nord-Nordest)

Da dove viene il vento di Bora

Il vento di Bora, essendo di natura catabatica (e dunque legato all’orografia), è strettamente legato all’altopiano Carsico e alle Alpi Dinariche che si affacciano lungo l’Adriatico.  

Con quali condizioni atmosferiche si forma la Bora

Una massa d’aria densa e quasi sempre fredda, di natura semi-continentale o continentale, raggiunge le Alpi Dinariche, le Alpi orientali e il Carso. Da qui, la spinta contro i rilievi induce la massa stessa a passare attraverso “Le Porte”, ovvero dei valichi, cadendo sul versante Adriatico in maniera violenta. In alcuni tratti, è possibile assistere a raffiche di eccezionale violenza come prodotto dell’effetto Venturi, fenomeno idrodinamico per il quale ad una diminuzione di pressione di una corrente di fluido ne corrisponde un aumento della velocità. Tutto ciò grazie alle strozzature, rappresentate in questo caso dalle Porte adriatiche. L’entrata più nota in Italia è quella di Postumia-Trieste.

vento di bora
Mare mosso dai venti di bora

In quale stagione soffia con maggior frequenza

I venti di Bora sono tipii della stagione invernale, ma anche nelle stagioni intermedie può presentarsi.

Effetti in territorio italiano

Alto Adriatico – Golfo di Trieste

Qui la ventilazione di Bora si presenta spesso con un minimo barico al suolo che la richiama, pur non avendo la presenza di correnti da NE anche in quota. Questo è dovuto al fatto che la quasi totalità delle volte la Bora rappresenta un “pressing” di una massa d’aria pellicolare, col freddo concentrato nei medi e bassi strati. L’altezza modesta dell’Altopiano del Carso inoltre non permette un’efficace azione di compressione adiabatica e favonizzazione, andando così a facilitare il deposito di freddo negli strati prossimi al suolo e la conseguente genesi di fenomeni nevosi in caso di scorrimento umido in quota. Alcune fasce di territorio sembrano essere solitamente preferite, ad esempio dall’Udinese centrale fin verso il Veneto orientale.
Per i litorali sottovento il trasbordo di aria fredda con la Bora rappresentano un unicum durante la stagione fredda, sia a livello termico che di fenomeni. Questi episodi infatti sono ben distinguibili dalla normalità climatica invernale, con temperature decisamente più fredde del solito durante l’intero evento: ciò porta ad avere, non frequentemente però, episodi nevosi e fenomeni alquanto bizzarri come il gelicidio di Trieste del 25 Marzo 2013.

Medio e Basso Adriatico

Dal Veneziano a scendere verso Sud, lungo tutta la riviera adriatica, la Bora la si può definire come “croce e delizia”: essa infatti, quando irrompe in maniera brusca, tende a rimescolare eccessivamente gli strati bassi della colonna d’aria, portando inevitabilmente a temperature al suolo poco basse sulla costa (seppur accompagnate da bassi tassi di umidità). In inverno queste condizioni inibiscono fenomeni nevosi estesi, intensi e qualitativamente migliori. C’è un ma: proprio lo scorrimento sul mare delle correnti nord-orientali produce dei corridoi “più umidi” dei dintorni, pilotati dall’incanalamento del vento nelle “Porte Adriatiche”: quando questa condizione non è eccessivamente esasperata, ed è anzi alterata da correnti più settentrionali (Tramontana) o nord-occidentali (Maestrale), si rivela utile in termini di fenomenologia anche per i settori costieri (quelli interni e Appenninici, grazie all’effetto Stau, riescono quasi sempre a massimizzare queste situazioni. In inverno una Bora non troppo intensa, che meglio organizza questi trenini nuvolosi sull’Adriatico, può produrre il classico ASES (Adriatic Sea Effect Snow).

La parola Bora cosa significa

Deriva da Borea (in greco antico: Βορέας, Borèās), personaggio della mitologia greca che rappresentava la personificazione del Vento del Nord. 

LA NINA

La Niña e gli inverni poco nevosi al nord-ovest

Buonasera e benvenuti ad un appuntamento di analisi meteo. Questa volta ci focalizzeremo sull’influenza del fenomeno “La Niña”, cioè il raffreddamento delle acque superficiali del Pacifico equatoriale (illustrato nella mappa fonte noaa.gov), sull’evoluzione invernale al nord-ovest. Seppur così lontani geograficamente, quanto accade nel Pacifico equatoriale ha ripercussioni anche sull’andamento meteo del nord-ovest italiano: dall’evoluzione meteo del passato recente, rielaborando quanto accaduto nell’ultimo trentennio, una Niña forte (cioè con anomalie di temperatura delle acque superificiali al di sotto di -1.5 gradi rispetto alla norma) contribuisce a ridurre la nevosità invernale al nord-ovest. Si potrebbe definire una condizione sufficiente ma non necessaria per avere inverni poco nevosi al nord-ovest (nell’ultimo periodo non è stato il solo elemento a “giocare contro”).

Ecco un esempio di Niña forte (inizio 2011):

Anomalia fredda notevole nel Pacifico equatoriale ad inizio 2011

Di seguito invece riporto alcuni esempi di stagioni invernali al nord-ovest del recente passato recente con Niña forte:

– 1988/89 -> Inverno secco e senza precipitazioni nevose e dominato dall’anticiclone delle Azzorre; irruzione fredda notevole al sud nel corso di dicembre 1988.

– 1998-99 -> Inverno poco nevoso e con frequente alta pressione; due irruzioni fredde molto intense, dirette al centro-sud, una a novembre ed una a fine gennaio

– 1999-00 -> inverno estremamente secco al nord-ovest, in particolare a gennaio (mese freddo) e febbraio (più mite); irruzione fredda diretta al centro-sud a fine gennaio e mancata nevicata natalizia (con gelicidio in Lombardia)

– 2007-08 -> inverno avaro di neve, irruzione fredda al centro-sud intorno a metà dicembre

– 2010-11 -> inverno estremamente dinamico e freddo a dicembre; la Niña divenne progressivamente più forte nel corso dell’autunno, da Natale in poi atlantico “chiuso”; record di temperatura il 9 aprile 2011 (sopra i 30 gradi in Lombardia a causa di foehn e anticiclone a cuore caldo)

– 2011-12 -> inverno secco al nord-ovest, irruzione fredda molto intensa a febbraio con nevicate storiche in Romagna 

– 2021-22 e 2022/23 -> inverni secchi, con frequente alta pressione e favonio; poche irruzioni fredde dirette principalmente su est Europa o al centro-sud.

Con Niña forte, quindi, sull’Europa sud-occidentale tendono a prevalere gli anticicloni; attenzione, ciò non significa che se non si sviluppa la Niña allora l’inverno sarà nevoso al nord-ovest (ne abbiamo numerosi esempi ultimamente), ma semplicemente che la sua presenza in modalità “strong” facilita nettamente le espansioni dei campi di alta pressione sull’Europa sud-occidentale, con tutte le conseguenze del caso.

In inverni con Niña forte tendono a prevalere fasi con NAO positiva, con poche ma intense irruzioni fredde, perlopiù dirette sul lato adriatico della penisola ed assenza di perturbazioni atlantiche o gocce fredde retrograde che possano “premiare” il nord-ovest a livello di neve. 

Per concludere, in questo momento la Niña si sta attenuando, dopo due anni in fase forte; vedremo se ciò sarà sufficiente o comunque potrà aiutare il nord-ovest ad uscire dalla fase secca, che attanaglia quest’area dall’autunno 2021.

LA TRAMONTANA SCURA

Liguria

Continua la nostra rubrica che ricalca regione per regione i microclimi più interessanti della nostra penisola.
Questa volta tocca alla Liguria, tra le poche regioni italiane che permettono una varietà microclimatica eccezionale. Sulla scelta non ho avuto dubbi: ciò che attrae l’attenzione di un meteo appassionato è sicuramente il fenomeno pressoché unico della tramontana scura. Sia chiaro, quando si parla di tramontana intendiamo un vento ovviamente proveniente da nord molto secco che in qualsiasi  circostanza difficilmente permette precipitazioni.

Perché si parla di tramontana scura e perché la distinguiamo dalla classica tramontana?

Il primo caso si forma sempre con l’avvento di una ciclo-genesi (processo di nascita di una formazione ciclonica) nei pressi del mediterraneo centro-settentrionale. Questo evento fa si che l’aria fredda depositata nel basso Piemonte raggiunga  la Liguria solitamente mediante il Giovi ed il Turchino.

La classica tramontana invece è quella che tutti noi conosciamo e che abbiamo appena descritto.

 

Analizziamo con attenzione ciò che avviene passo per passo:

Causa recenti nevicate, soprattutto con effetto albedo si forma un importante cuscinetto freddo che si adagia tra Piemonte meridionale e ed una porzione dell’ emilia occidentale.

Questo evento è importante non solo perchè in grado di portare neve fin sulla coste con isoterme non troppo importanti ma è anche utile per capire al meglio i fenomeni alluvionali che purtroppo si verificano spesso in Liguria.

Difatti nel punto in cui convergono due correnti da quadranti opposti, dunque tramontana e scirocco in questo caso (ma può capitare anche con il binomio libeccioscirocco) si ottiene la cosiddetta linea di convergenza in cui  la percentuale che si vengano a creare moti verticali in grado di alimentare furiosi temporali è elevatissima.

Tramontana scura

Linea di convergenza

Un recente esempio fattuale di tramontana scura risale al 23 Gennaio 2019, ben visibile dalla gif fornita da meteociel. Quell’evento portò un accumulo medio di 3 cm di neve su Genova, come riporta genova 24, con spolverata fin sulle coste. Dunque al contrario di quel che si pensa, pur non avendo delle medie eccelse (basti pensare che la media di Genova tra il 1996 ed il 2011 si aggira sui 10 cm) è tutto fuorché raro veder nevicare sulle coste, proprio grazie a questo fenomeno che la rende unica.

written by Andrea Gheller

BRINA,GALAVERNA E CALABROSA

Brina, Galaverna, Calabrosa: cosa sono, come si formano, differenze e analogie

Apparentemente simili tra loro, si tratta di 3 fenomeni che si sviluppano in differenti condizioni. Brina, galaverna e calabrosa spesso vengono confusi come unico fenomeno, ossia il gelo. in realtà ci sono diversi connotati che distinguono un fenomeno dagli altri due. Andiamo a vedere quali sono e soprattutto come si formano.

Brina: cos’è e come si forma

La brina è definibile come idrometeora (precipitazione) occulta, ossia che non proviene da nubi, ma si forma negli strati adiacenti al suolo. E’ composta da cristalli di ghiaccio in sospensione che, trovandosi in prossimità del terreno, si depositano su tutte le superfici. La brina è dunque il prodotto del brinamento del vapore acqueo presente negli strati d’aria interessati.
Il processo di formazione prevede che ci siano determinate condizioni di base. Innanzitutto, la temperatura dell’aria alla partenza del meccanismo deve essere superiore al punto di congelamento, dunque positiva, mentre la temperatura delle superfici sulle quali si poggerà la brina dovrà essere negativa. 

brina galaverna calabrosa

Tendenzialmente, suolo, oggetti metallici e quant’altro si trova in prossimità del terreno, tende a disperdere calore molto velocemente, a causa dell’irraggiamento notturno.
Create queste condizioni, servirà che la temperatura di rugiada (dewpoint) in prossimità degli oggetti “freddi” sia inferiore a 0°C, e che il tasso di umidità sia sufficientemente alto affinché possa partire il deposito di cristalli di ghiaccio.

brina galaverna calabrosa

Galaverna: cos’è e come si forma

Anche la galaverna è definibile un’idrometeora occulta. Essa è composta da un rivestimento continuo di ghiaccio, a forma di aghi o scaglie, che si forma su ogni superficie a temperatura fortemente negativa. Condizione importante, però, è che la superficie interessata sia coinvolta in una prolungata sospensione di goccioline d’acqua allo stato liquido. Il processo di formazione della galaverna si può spiegare attraverso uno stato fisico dell’acqua: la sopraffusione. L’acqua rimane allo stato liquido anche sotto la temperatura di congelamento quando la tensione superficiale è ridotta (come nel caso delle goccioline, per via delle loro piccole dimensioni). Infine, affinché vada in porto il processo di sopraffusione, il raffreddamento deve avvenire in uno stato di quiete, quale ad esempio quello di un episodio nebbioso.
All’atto pratico, è proprio durante i fenomeni di nebbia fitta, con temperature di diversi gradi sotto 0°C, che prende forma la galaverna. Le formazioni di ghiaccio della galaverna sono abbastanza fragili, per cui possono essere rimosse facilmente.

brina galaverna calabrosa

Calabrosa: cos’è e come si forma

 

Così come i due fenomeni sopra descritti, anche la calabrosa è un’idrometeora occulta. Come per la galaverna, necessita di due condizioni di base: uno stato di sopraffusione del vapore acqueo in sospensione, e la presenza di nebbia.
In questo caso, però, non è necessario uno stato di quiete: infatti, a dar vita alla calabrosa, serve un consistente calo termico, e uno spostamento, tramite vento, dei vari strati nebbiosi, composti anche da goccioline di grandi dimensioni. Il vento accelera il processo di deposito delle gocce sulle superfici e, complice la temperatura, permette la formazione di una crosta molto spessa e difficile da rimuovere, a differenza della galaverna.
Tra le 3 formazioni, la calabrosa è quella che esprime maggior senso di estremizzazione della formazione di ghiaccio, per via dell’aspetto visivo impattante e dei danni derivanti dal suo peso. La calabrosa molto difficilmente può trovare un ambiente ideale a quote medie e basse in Italia. Per questa ragione, le formazioni di ghiaccio di questo fenomeno sono apprezzabili solo ad alta quota.

brina galaverna calabrosa

L’EFFETTO ALBEDO

La neve e l’effetto albedo, che cos’è e cosa comporta

written by Andrea Gheller 

la neve e l'effetto albedo

Avete mai sentito parlare di neve ed effetto albedo?

Sicuramente durante la stagione invernale ne avrete già sentito parlare. In particolare, dopo una nevicata con almeno un discreto accumulo al suolo, seguita da giornate serene e da un calo consistente delle temperature max e min.

La neve e l'effetto albedo
Lago ghiacciato vicino ad Helsinki

L’effetto albedo che cos’è?

La neve al suolo, essendo di colore bianco, tende a riflettere la maggior parte della radiazione solare che la colpisce durante tutto il pomeriggio.

Questo perché il bianco ha come proprietà quella di non trattenere la luce e il calore (a differenza del nero, che la trattiene assorbendo calore). Il manto nevoso è dunque in grado di riflettere circa l’85 % della radiazione solare, subendo solo un lieve riscaldamento.

Il lago ghiacciato della foto precedente (anche un campo ben innevato) ha la capacità, durante una giornata soleggiata, di rispedire in atmosfera quasi totalmente i raggi solari.

La neve, però, non è la sola ad avere la capacità di riflettere una radiazione così alta, bensì anche le nubi! Specialmente quelle termo-convettive (temporale) e quelle stratificate, che hanno una colorazione più bianca e brillante alla sommità grazie alla maggior presenza di cristalli di ghiaccio.

La neve e l'effetto albedo
Fonte Blueplanetearth

Cosa comporta ?

La presenza di neve e ghiaccio, anche nelle calotte polari, nevai o ghiacciai, impedisce l’assorbimento di gran parte del calore ricevuto tramite i raggi solari.

In condizioni di stabilità atmosferica, cieli sereni ed assenza di vento, la T° tenderà a mantenersi bassa o in negativo negli strati d’aria immediatamente adiacenti alla superficie. Durante la notte le T° minime potranno scendere di molto sotto lo zero.

Quindi, a parità di freddo, una distesa erbosa non innevata (che riflette circa il 20 % dei raggi solari) sarà ovviamente più calda di giorno, ma anche meno fredda di notte rispetto alla stessa superficie innevata.

In passato dopo forti nevicate, con la presenza di freddo in quota e nei bassi strati, e con assenza di vento, si sono registrate T° minime di tutto rispetto, sfiorando o talvolta battendo record storici.

Un esempio dove l’effetto albedo può dare il suo contributo, lo trovate in Siberia (Russia), dove in inverno grazie ad un insieme di fattori si crea addirittura un’alta pressione termica (anticiclone russo-siberiano), con temperature gelide sia di giorno che di notte.